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X-Run intervista Luca Speciani PDF Stampa E-mail
Redazione di DietaGIFT   

xrun.jpgSi dice che ci siano libri che ti cambiano la vita. Con meno ambizione, credo che se ci sono stati libri che hanno cambiato la mia vita di podista (che resta comunque una parte della mia vita e quindi qualche consiglio buono anche per altro me lo hanno lasciato), fra questi ne metto sicuramente un paio a firma di Luca Speciani.

 

Personaggio noto a molti runner, non fosse altro che per il suo contributo al mensile Correre (di cui è anche responsabile della sezione nutrizione), oggi anche medico, Luca è stato autore di “Lo zen e l’arte della corsa”, insieme allo psicologo dello sport Pietro Trabucchi, di “Mente e maratona”, e oggi che è consulente della nazionale italiana di ultramaratona, anche del testo “L’ultramaratona: allenamento, alimentazione, aspetti mentali”: tre testi (per le edizioni Correre) che hanno contribuito a far capire quanto determinante sia la consapevolezza di un corretto approccio mentale alla pratica di un gesto che pure appare così istintivo.

 

La sua attività come alimentarista, e ora come medico, lo ha portato poi a sviluppare (con il fratello Attilio, noto immunologo) un innovativo regime nutrizionale, chiamato Dieta GIFT, basato sui segnali ipotalamici piuttosto che sul calcolo delle calorie, in relazione al quale ha scritto diversi volumi pubblicati da Fabbri, Rizzoli, Giunti, Mondadori, Tecniche Nuove.

Luca, si può riassumere in poche righe almeno il senso della tua riflessione sul rapporto mente/corpo?

Alla base di tutto, e nel solco dell'insegnamento di mio padre Luigi Oreste (un grande psicosomatista), c'è la consapevolezza del fatto che mente e corpo siano una sola cosa, l'uno riflettendo l'attività dell'altro. Non vi è un rapporto gerarchico tra una mente “alta” separata, e un corpo “vile” che ne esegue gli ordini. C'è invece una continua interazione bidirezionale che supera il vecchio dualismo cartesiano. Capire questo punto significa vedere con occhi diversi metà del nostro sapere medico e, perché no, del nostro sapere sportivo.

La tua non è stata soltanto una riflessione teorica, ma nasce dall’esperienza di vita: ci racconti in breve anche come la tua storia personale ti ha portato a maturare quelle riflessioni?

Nella vita si fanno tante cose, molte inutili. Credo che molte delle mie iniziative di successo siano nate dalla capacità di “rovesciare il tavolo” in alcuni momenti chiave, dando importanza a ciò che c'è di più vero e togliendone a ciò che rappresenta solo sovrastruttura. Cambi di lavoro, rivoluzioni sentimentali, la coraggiosa iscrizione a medicina a 42 anni, e tante altre cose in cui tutti mi davano del matto, forse hanno radici nel coraggio di essere maratoneta a 20 anni, quando davano già del “diesel” a chi correva i 10.000! Poi, piano piano, si tratta di recuperare a livello conscio quelle esperienze che avevi strutturato “dentro”, riuscendo a trasformarle in gesti concreti.

Medico e alimentarista, runner di buon livello, promotore di stages e di trasferte per maratone all’estero, giornalista, scrittore, tecnico FIDAL, gestore della rete nazionale dei punti GIFT, consulente nutrizionale della nazionale di ultramaratona… e magari aiutaci a completare l’elenco. Se non si coordinano bene, tutte queste attività è ben difficile farle funzionare: può la pratica del running diventare uno strumento anche per affrontare la complessità di gestione della vita?

La corsa è stata per me il fil-rouge dell'intera vita. Non ho corso solo per 6-7 anni tra la prima laurea e i primi anni di lavoro all'IBM. Anni che non ricordo con gioia, anche se poi tutto fa esperienza. Correre mi ha insegnato la fatica, il valore del lavoro, il premio all'impegno, ma anche la gestione della sconfitta, l'inventiva che ti fa superare la crisi, l'attingere a risorse che non pensavi di avere. Quando hai superato  la crisi in gara, è inevitabile diventare migliore, trasferire quella capacità anche nella vita di tutti i giorni. Che è esattamente ciò che ho fatto, magari senza esserne cosciente.

Una vita bella piena, il traguardo intermedio dei cinquant’anni in fondo al rettilineo dietro la prossima curva: quanto forte vai ancora con le scarpette ai piedi? E lo ottieni allenandoti quanto, e quanto ti sei allontanato dai tuoi personal best? 


Devo dire che l’ottenimento della seconda laurea continuando a lavorare, ma scegliendo comunque di frequentare reparti e lezioni, ha colpito non poco i miei allenamenti, almeno dal punto di vista quantitativo. Le mie prestazioni sono calate sensibilmente dai 40 in su, e ulteriormente dai 45. I tempi di recupero, lo sento, non sono più gli stessi. Tuttavia non so dirti con precisione quanto conti l'età e quanto la riduzione del carico allenante.

Oggi riesco a fare movimento un giorno sì e uno no (talvolta puro jogging in compagnia) ma la domenica, se appena posso, gareggio sempre: tapasciate, garette di ogni tipo, ma anche mezze, maratone, trail e ogni tanto un'ultra, senza in verità troppo allenamento dietro. Se c'è da combattere, combatto.

 

Pista, strada, trail: quali sono le tue preferenze? In tipologie diverse di corsa cerchi cose diverse? 


La scelta è in realtà determinata dalla disponibilità di tempo e di luogo. Oggi ho aperto dei centri medici in Brianza, in Piemonte e in Veneto. Quando sono là in trasferta ho amici che mi organizzano la gara domenicale e prendo quel che c'è, senza troppa programmazione. La pista, dopo anni di agonismo in età giovanile, non mi dà più molte emozioni. La strada mi piace se i percorsi sono belli, ondulati o storico-artistici. E gli appuntamenti annuali con Praga, Berlino e New York sono ormai fissi (sono là per seguire gli atleti di Effetto-Italy e già che ci sono...).


Nei miei stage, inoltre, sono sempre presenti delle “gare ad eliminazione” che facciamo veramente con spirito ludico, facendo partecipare anche i ragazzi e gli ospiti del gruppo “benessere”. Le gare che più amo però sono quelle su sterrato, tapasciate della domenica incluse. Credo di aver mantenuto una certa brillantezza muscolare (sono sempre uomo da volata) e rendo quindi ancora abbastanza – nonostante la preparazione approssimativa – sia in campestre (vecchio amore) che nei trail o su sentieri. Alla fine si può dire che, davvero, mi piace correre dovunque e comunque.

 

Le tue tante attività ti mettono a contatto con il mondo del running a diversi livelli, dall’amatore all’atleta di punta. Dal tuo osservatorio condividi la mia sensazione che l’accesso di giovani ricambi al nostro mondo è sempre più ridotto? Correre sta diventando, magari irrimediabilmente, uno sport per vecchi? 


I ragazzi di 15 o 20 anni si sentono spesso immortali e riescono raramente a cogliere l’importanza per la salute di un movimento fisico regolare e costante. E certo l’informazione televisiva (quella del tutto-e-subito, del gioco a premi, del guadagno-senza-fatica) non agevola l’impegno e la responsabilizzazione individuale. Il “figo” è sempre quello che trasgredisce: che fuma, che beve vino o birra o s’impasticca, che mangia in libertà quel che gli capita. E non capisce che quella “divisa” gliel’hanno messa addosso altri, che ci lucrano sopra. Gastrite, ulcera, diabete, ipertensione, depressione sono poi uguali per tutti.

 

Il “mal di maratona” che ha contagiato tutti noi della vecchia generazione, che abbiamo fatto “in pista”, da competitivi, gli anni ’70 e ’80, non ha neppure sfiorato questi ragazzi, che guardavano con stupore i loro genitori alzarsi all’alba per macinare km. La maratona è diventata “ordinarietà” e la trasgressione si è diretta altrove. Quelli che hanno saputo valorizzare l’esempio dei genitori, e che sono riusciti a farlo proprio, oggi lo trasformano in qualcosa di più “libero”, di più trasgressivo. Che può significare trail, corsa in montagna, triathlon, cento chilometri, ma anche ultra sempre più ultra, dalla Spartathlon al Tor des Geants, passando per qualche deserto.

 

I triathleti o gli ultratrailer che visito sono spesso magri, magari tatuati o con l’orecchino, hanno tra 25 e 40 anni e ridono e scherzano sull’ultima pazzia che stanno per fare. Il maratoneta ha invece magari un po’ di pancetta da snellire, è interessato a delle tabelle precise, compete con il collega con cui ha iniziato a correre ed ha tra 40 e 60 anni. Sono perfetti tutti e due ed entrambi hanno un rinnovato interesse per un’alimentazione corretta, ma all’uno non interessa granché lo “sport” dell’altro. Si sfiorano, si tollerano, ma vivono due mondi diversi. La verità alla fine è che vivono entrambi la bellezza del muoversi, ciascuno con le proprie modalità.


Se si vuole incrementare la presenza di giovani nello sport praticato, creare discipline divertenti e un po’ trasgressive è senza dubbio un buon inizio. Ciò che arriva dai genitori è sempre “vecchio”, anche se fosse buonissimo. Non siamo forse noi precursori partiti da un mondo post-bellico in cui il semplice “uscire di corsa” era considerato un inutile spreco di tempo? Lasciamo che i ragazzi trovino la loro via naturale, diversa dalla nostra. Se ci saremo davvero divertiti nel correre in ogni ambiente e situazione, prima o poi lo registreranno e lo faranno loro. Magari su un campo da neve con le ciaspole ai piedi o su una duna del deserto al tramonto.

Quindi X-Run come strumento di alfabetizzazione verso un modo diverso di intendere il movimento?

Era esattamente ciò che intendevo dire. La corsa è gioia, è interiorità, è strappo alle regole, è lotta con il nemico interno e con le proprie paure. Sono emozioni zen, indescrivibili a parole, che riempiono di luce l’intera nostra giornata. La forza di “rompere” che mi ha dato la corsa è la stessa forza che ha guidato le mie scelte più controcorrente degli ultimi anni. E questa forza ancora non l’ho persa.Stay tuned. Il bello arriva adesso.
Ultimo aggiornamento ( Monday 01 August 2011 )